venerdì 5 ottobre 2012

Intervallo ...



Una delle tre autrici di questo blog sta traslocando (per l'ennesima volta).
Un'altra non dorme abbastanza di notte (ma tutto sommato non le dispiace affatto).
La terza infine ha troppe cose per la testa (e non le bastano giornate da 24 ore e soprattutto weekend di due giorni!)
Considerato tutto ciò, ci prendiamo una piccola pausa da microcosminvaligia, 
ma ... tornate a trovarci presto :-)

giovedì 16 agosto 2012

Good bye California!

L'avventura americana è finita!

E questo è il mio ultimo saluto e augurio californiano!


To be continued...



lunedì 16 luglio 2012

Fast quiz...

per gli amanti del fast food e della pappa pronta... letteralmente :)      
Cosa c'è nella foto?


Un paio di indizi:
luogo di ritrovamento, un supermercato di Redondo Beach;
destinatari, fornello-fobici o fornello-inabili.






soluzione

venerdì 6 luglio 2012

Corri ... ma piano!



Qualche settimana fa elogiavo la cartellonistica statunitense per l'originalità, la concretezza e per l'ironica creatività, ma ... vogliamo mettere questo:
"CORRERE PIANO. Grazie"
Questo semplice avvertimento, scovato all'imbocco di una stradina sterrata nella più recondita campagna veneta, rappresenta, a mio parere, la quintessenza dell'italianità:
1. Artigianalità: sullo sfondo di una segnaletica più o meno regolamentare sono state applicate le lettere nere, che risultano in effetti un po' sbilenche ma, si sa, sono i dettagli che fanno il pezzo "unico".
2. Comunicazione controversa: "correre piano" ... cosa vuol dire? O corro o avanzo lentamente, o decido di giocarmi l'auto in un rally sfrenato sulla ghiaia o procedo con attenzione. Queste espressioni mi fanno immediatamente pensare al tipico eloquio parlamentare, del tipo: "siamo contrari alla riforma ma sicuramente voteremo a favore del provvedimento" ... vuoi vedere che quel cartello è un'idea del sindaco del paese?
3. Cortesia: un "grazie" in Italia non si nega a nessuno, perché a volte aiuta a far digerire l'imposizione o il divieto. Manca invece il punto esclamativo, che a quanto pare imperversa nei cartelli made in U.S.A., probabilmente perché troppo autoritario, potrebbe indisporre l'incauto guidatore.
4. Tocco bucolico: non si può rinunciare alla grazia e alla bellezza ... mai! Infatti dietro il cartello è stato piantato un roseto, che nel momento in cui è stata scattata la foto manco a dirlo era in fiore!
L'Italia è incredibilmente bella anche per questo ... altrimenti sai che noia ;-) 

giovedì 21 giugno 2012

Segnaletica ironica: aggiornamento

Un'ironia che viene da tempi lontani

Questa foto l'ho trovata nell'archivio storico della National Geographic e dovrebbe essere degli anni 20 del secolo scorso. Ritrare Glacier point al Yosemite National Park che purtroppo non ho visto di persona :( 
Il cartello dice letteralmente:
It is 3.000 feet to the bottom and no undertaker to meet you. Take no chanches. There is a difference between bravery and just plain ordinary foolishness.

(Ci sono 3.000 piedi fino al fondo e nessun becchino ad aspettarti. Non correre il rischio. C'è differenza tra coraggio e solo semplice ordinaria stupidità).

Da ciò che ho letto in internet il cartello non esiste più... peccato!


mercoledì 13 giugno 2012

Segnaletica ironica

Obblighi, divieti e suggerimenti proposti in veste ironica sono più efficaci?
Chi lo sa!
A me sono sembrati una nota di colore nell'austero grigiore tipico delle imposizioni burocratiche e mi han fatto comunque sorridere :)

Ecco alcuni esempi trovati qua e là.

Che sia pericoloso attraversare la strada a Salt Lake City?

Yellowstone
Letteralmente suona così: lavati le zampe, i germi sono a caccia e ovviamente fuori dal contesto non è simpatica e forse è offensiva; ma all'interno del parco ci sta tutta e in inglese c'è pure la rima. E se la traducessimo così? lava le tue zampacce, i germi son minacce...  :-s    no, eh?
Si accettano suggerimenti.


Yellowstone
Questa non ha bisogno di commenti, povere piantine!
C'era un altro cartello che non sono riuscita a fotografare ma che graficamente era simile, con uno scarpone nell'atto di calpestare il suolo, che diceva: "leave the plants a chance!"


Yellowstone
Questo cartello di divieto non ha molta ironia, anzi proprio per niente, è un cartello standard...
per gli americani sicuramente, per noi forse un po' meno :(

Per ora è tutto ma vi terrò aggiornati.

venerdì 1 giugno 2012

Spiacente, ma non c'è storia ...

L'idea della "Copa di Vino" mi ha lasciato molto combattuta per qualche giorno; da un lato la mia indole "markettara" non poteva fare a meno di riconoscere e lodare l'originale intuizione, il packaging accattivante, il marchio che strizza l'occhio agli italiani come agli ispanici, la determinazione nel tentare ciò che nessuno aveva mai osato immettere nel mercato, ovvero il "vino da passeggio", dall'altra parte i miei sani e conservatori cromosomi veneti gridavano vendetta, mentre una vocina nella mia mente ripeteva: "Se nessuno ha mai tentato la via del calice di vino take away, un motivo ci sarà?!?". 

La diatriba mentale si è bonariamente conclusa qualche giorno fa, quando in una tiepida e soleggiata domenica di maggio abbiamo partecipato a "Cantine Aperte 2012".
In tarda mattinata siamo arrivati in Valpolicella, incantevole e tranquilla località in provincia di Verona, nelle vicinanze del lago di Garda, famosa per la produzione di vini d'eccellenza, come l'Amarone, il Recioto e il Ripasso di Valpolicella, appunto. 



Dopo sette ore di visita a cantine storiche ed un eccezionale pranzo, innaffiato con dell'ottimo Valpolicella, indovinate un po' chi ha vinto tra le due anime contendenti: la "markettara" o la conservatrice?


« Son cari a Bacco questi colli e cara
questa fonte alle Najadi è non meno.
Se troppo di quel nume hai caldo il seno,
tu con quest'acque a rinfrescarlo impara »
(Ippolito Pindemonte) 

mercoledì 23 maggio 2012

Un bicchiere di-vino

Novità in vendita al supermercato: la “copa di vino

A me ha fatto sorridere e mi è sembrata una cosa carina tanto da segnalarla in un post ed infatti eccolo qui.

Non avevo mai visto nulla di simile né qui, finora, né in Italia per cui ho dato per scontato che fosse un'ideona americana; ma sì, dagli amanti del fast food perchè non aspettarsi anche il fast drink?

Però incuriosita ho fatto qualche ricerca e ho scoperto 2 cose: una che sono davvero ignorante e due che il vino in bicchiere non è un'idea americana. La cosa nasce in Europa mentre negli States si sono semplicemente limitati a “rielaborare” il concetto... giudicate voi il risultato.

Io dico la mia; vini per lo più italiani e francesi, nome spagnolo e contenitore che richiama il boccale di birra o della coca-cola! 'Sti diavoli di Americani!
Due sono le letture: o la strategia di marketing è raffinatissima e subliminalmente anche gli assolutisti della birra e gli amanti della mitica coke (spagnoli soprattutto!?) vengono indotti a comprare il vino nel bicchiere di plastica oppure il prodotto finale è tale in seguito a parecchi studi e molti tentativi e si sa, è peccato buttar via... ;)

E poi neppure il gioco di parole gli è riuscito! speriamo che almeno il vino sia decente.





lunedì 21 maggio 2012

Le nuvole e l'eclissi di sole

Immaginare la California come la patria dell'estate perenne è uno dei miti che posso sfatare, almeno per quanto riguarda la fascia prettamente costiera. Non si pensi che sia una lamentela perchè in effetti io adoro il clima di quest'area, un'eterna primavera con timidi approcci estivi e un po' più disinvolte espressioni autunnali, di cui in effetti farei a meno, ma tant'è...

Piove raramente, è vero, ma abbonda la nebbia (il famoso “mist” che sale all'improvviso dall'oceano) e tante sono sempre le nuvole a volte sporadiche e chiare, a volte così dense da coprire letteralmente il cielo e a volte nere e minacciose; quasi immancabilmente però arriva un vento fortissimo (anche di questo farei volentieri a meno) che in poco tempo spazza via tutto e il cielo si ripulisce tornando limpido e terso pronto per il prossimo round.

Inutile dire che le nuvole portano sempre una certa tristezza, smorzano la luce e i colori della giornata, raffreddando istantaneamente la temperatura costringendoti a mettere il sempre-presente-ad-ogni-uscita maglioncino e ti tolgono anche un po' il sorriso; insomma fuor di poesia, le nuvole rompono.

Però ieri, bisogna riconoscerlo, hanno avuto un ruolo importante; arrivate al momento giusto, perfette in densità ma in costante movimento, sono state un ottimo filtro naturale.
Se non fosse stato per loro non avremmo mai potuto ammirare lo spettacolo dell'eclissi di sole a occhio nudo!

 


domenica 13 maggio 2012

L'acqua al ristorante

L'acqua nei ristoranti americani non si paga. E' normalissima acqua di rubinetto on the rocks... con tanto ghiaccio, insomma, per raffreddare ovviamente ma anche per coprire o mitigare il disgustoso sapore di cloro.

I locali più chic ti fanno notare che l'acqua è filtrata, come dire di qualità superiore (ma sempre di rubinetto è!) ed è spesso servita con la classica fettina di limone o lime; quelli davvero trendy però la servono in bottiglia e con il... cetriolo!

Bleah!

L'odore è sgradevole (come quello di una cimice involontariamente calpestata?) anche se il gusto è accettabile, devo ammetterlo.

Che sia un tentativo subdolo di invitare la clientela a ordinare la classica San Pellegrino a 6 dollari a bottiglia da mezzo litro?
Si sta diffondendo anche in Italia questa strana moda dell'acqua aromatizzata al cetriolo?


venerdì 20 aprile 2012

Mi chiamo Francesco

Oggi inizia la mia avventura.
Oggi io sono.

Ma incredibilmente ho già un passato
e sono stato


un desiderio immenso
un abbraccio intenso
una meravigliosa sorpresa
una dolce attesa
                                          

Oggi per la prima volta
la mia mamma ho abbracciato
e del mio papà
ho visto lo sguardo illuminato;

un amore smisurato
ho subito provato
nella mia lingua l'ho presto dichiarato,
un forte e possente vagito ho intonato.

Insomma, se ancora non avete capito
oggi sono nato!


Congratulazioni e un abbraccio forte a tutti e tre.
Giulia e Cri le neo-blog-zie

martedì 28 febbraio 2012

Dicono di noi... aggiornamento dagli States

Colonna sonora che rappresenta l'Italia tutta, da Bolzano a Lampedusa:
la tarantella!

A pensarci bene... quale musica o aria famosa, non regionalista, potrebbe identificare la nostra penisola? 
Non mi viene in mente niente... ma è sicuramente colpa della mia memoria, diciamo così, poco efficiente ;)

mercoledì 15 febbraio 2012

Dicono di noi ...

Giulia: Mangia, prega ... sparla

Un’austriaca, un’irlandese, una francese e una canadese: no, non è l’inizio della barzelletta più vecchia del mondo, in cui la presenza del solito furbone italiano risolve la situazione. E’ l’elenco delle persone che mi hanno ospitato o che ho ospitato nel corso degli anni, e che, a turno ed in maniera del tutto contraddittoria, mi hanno dimostrato quanto possano essere profondi i pregiudizi e radicate le fantasie che riguardano il Bel Paese.

Già alla tenera età di dieci anni, quando i miei genitori mi spedirono per la prima volta in Inghilterra con l’obiettivo di avviarmi allo studio della lingua inglese, avrei dovuto comprendere quanto poteva essere problematica l’integrazione di un gruppo di imprudenti ragazzi italiani nel tipico tessuto sociale locale. Il sabato mattina fui stupita nel vedere gli occhi pesti ed i lividi dei miei compagni più vecchi (16-17 anni), che la notte precedente erano usciti di nascosto dal college per farsi una pinta e si erano imbattuti in una compagnia di giovani della periferia londinese. Vuoi la nostra fama di popolo passionale e rissoso, vuoi l’eccesso di derisione calcistica (era l’estate del 1990: l’anno delle “notti magiche inseguendo un goal” in cui l’Inghilterra si piazzò al quarto posto proprio dopo l’Italia), fatto sta che i nostri tornarono alle loro stanze piuttosto malconci e fermamente decisi a non ripetere l’operazione.

Qualche anno più tardi il boccone fu più amaro da digerire. Mi trovavo a Belfast quando, all’atto di dichiarare la mia provenienza ad un coetaneo, lo sentii commentare con naturalezza: “Oh yes, Italy: pizza, spaghetti e mafia”. Difficile replicare. La delusione fu scottante. Era dunque questa la reputazione di cui il mio Paese godeva nel mondo: una nazione che produce ed esporta ottima gastronomia, ma si distingue per violenza e criminalità?

Poi è arrivata l’Unione Europea, l’abbattimento delle frontiere, la libera di circolazione delle merci e delle persone, gli Erasmus e gli scambi culturali, la fuga dei cervelli italiani all’estero (e così il mondo si è accorto che si, noi italiani abbiamo anche un cervello!), l’Euro e più di recente lo sbarco di George Clooney sulle rive del lago di Como e di Sting e Madonna nel Chianti.
I pregiudizi forse si sono evoluti ma non sono spariti.

Cécile, studentessa francese di Strasburgo, ha vissuto tre mesi sotto il mio stesso tetto, durante il suo periodo di stage. E’arrivata a maggio e partita a fine luglio; non avrebbe potuto scegliere un periodo più propizio per godersi le bellezze della campagna veneta. Mi ha stretto la mano asserendo che non parlava italiano, e se ne è tornata al suo villaggio immerso nelle foreste del Nord con una splendida cartolina dell’Italia fatta di: colazioni pantagrueliche, sessioni di yoga all’ombra del glicine, città d’arte accaldate, cene a base di spaghetti e caprese sotto il gazebo e tramonti tra le ville palladiane, mentre il suo “Je ne parle pas Italien” si era trasformato via via in una folkloristica ed allegra miscela di lingue mediterranee.

Il mio contributo al processo di riabilitazione nazionale mi sembrava soddisfacente, ma presto ho compreso che la sfida più grande non è dare lustro all’Italia ma ai suoi abitanti. C’è chi dice: “l’Italia sarebbe splendida se non ci fossero Italiani”. Come dare loro torto davanti a Pompei che si sgretola, alla nostra guida spericolata, al 70% dei giovani connazionali che santifica la “dea- raccomandazione”, al clientelismo che sfocia in corruzione, e ad una capitale che non sa far fronte a 5 centimetri di neve.

Incurante di tutto ciò, ho combattuto la mia ultima battaglia sul terreno impervio dell’”ideale del giovane italiano”, che secondo Michelle, canadese di Toronto ed i suoi amici, era incarnato da una sorta di rapper-cattolico stile proto-Soprano, che parla uno strano idioma anglo-calabrese.
Quando, nell’estate del 2000, la mia amica è arrivata in Italia, le ho fatto conoscere il mio fidanzato e mio cugino; entrambi si sono presentati a cena elegantissimi nelle loro camicie di taglio classico, hanno chiacchierato amabilmente sorseggiando dell’ottimo Pinot nero, il tutto con una grazia naturale, che non avevo avuto bisogno di istigare. Michelle sembrava tramortita, anche lei estasiata come Julia Roberts in “Mangia, Prega, Ama” (ma una decina d’anni prima) dalla dolce vita e dai modi affabili dei giovani con i quali aveva condiviso la serata.
Stereotipo del macho latino forse, ma meglio così che nella versione precedente.

Beppe Servegnini, che ultimamente è stato per me di grande ispirazione, scrive:
“L’Italia però non è un inferno: troppo gentile. Non è neppure un paradiso: troppo indisciplinata. Diciamo che è un purgatorio insolito, pieno di orgogliose anime in pena, ognuna delle quali pensa d’avere un rapporto privilegiato col padrone di casa. Un posto capace di mandarci in bestia e in estasi nel raggio di cento metri e nel giro di dieci minuti (…). Un luogo dal quale diciamo di voler scappare, se ci viviamo; ma dove tutti vogliamo tornare, quando siamo scappati.”


Cristina: Italy made in USA

Vivendo all'estero pensavo di avere mille esempi per supportare la tesi dei pregiudizi nei ns confronti, come italiani intendo, ma in realtà non è proprio così.
E dato che non riesco proprio a nascondere di essere una “foreigner” anzi per la burocrazia americana una “alien” e qui la fantasia può sbizzarrirsi sulle mille sfumature e valenze del significato di tale parola, la scenetta con persone di nuova conoscenza è più o meno questa ogni volta:
  • Ciao, come va? Posso aiutarti?
  • Buongiorno, salve, spero di sì, avrei bisogno di...
  • Ah, da dove vieni?
  • Italy.
Ed ecco le osservazioni che ho collezionato in questi anni di permanenza USA:

  • Italy!! (sempre grande enfasi)... great food!
Vi sembra un pregiudizio? A me una sacrosanta verità e non per puro campanilismo ma provate voi a sorbirvi per anni di fila menu a base di pollo, hamburgher o salmone! E non che non abbia provato altre cucine, anzi sono molto curiosa di nuovi sapori, ma in nessuna di esse ho trovato la ricchezza per varietà e gusto, della cucina italiana.

  • Oh Italy!! (enfasi, sempre)... I've been there last year. What a wonderful country, great food (sempre lì vanno a parare) e what amazing towns! Florence, Venice, Rome, Verona, Naples, Sicily (la Sicilia è omnicomprensiva) and Milan.
Anche qui dov'è il pregiudizio? Può qualcuno negare la bellezza di tali città o isole che siano? Soprattutto se viste con l'occhio del turista? Certo non sanno che molte nostre periferie e le nostre aree industriali trasformerebbero la loro gita felice in un tour dell'orrido, ma ciò non smentisce né sminuisce la veridicità delle loro convinzioni.
  • Oh Italy! (non sono io noiosa, sono loro che rispondono sempre così!) ... goodlooking people, always celebrating life, fashion and style...
Ecco, qui un tantino di pregiudizio lo intravedo.
  • Oh Italy! Italian is very similar to Spanish
Sob! Non c'entra nulla con i pregiudizi, ma questa osservazione ogni volta mi fa rimanere un po' male; ma come non sentite la musicalità dell'Italiano rispetto allo Spagnolo che, va bene, una certa similarità la richiama, ma insomma, proprio non la sentite la nostra melodia?
Invece rassegnata questa è sempre più o meno la mia risposta: “Yes, the sound is more or less the same”.
Percepiranno la mia delusione dal tono della mia voce?

Il pregiudizio e lo stereotipo è invece ancora forte in tv e nel settore della ristorazione, dove l'immagine dell'Italia si è cristallizzata agli anni '50 - '60 del secolo scorso, con tante tovaglie a quadretti bianchi e rossi e foto degli attori famosi in quel periodo, Alberto Sordi primo fra tutti. Non mancano di certo realtà più aggiornate ma sono ancora troppo poche per imporsi e superare la radicata concezione di un Italia in perenne fase da dopoguerra.

Vidi il film con Julia Roberts “eat, pray and love” appena uscì al cinema e dopo, in un paio di occasioni in tv.
Il mio ing. ed io alla visione delle scene ambientate a Roma e a Napoli restammo scioccati e increduli per come il regista rappresentava il comportamento dell'italiano medio: ci stava credendo davvero o voleva solo enfatizzare giungendo sino al ridicolo solo per strappare qualche risata al pubblico americano in sala? O peggio, seguiva alla lettera il libro da cui traeva ispirazione? Non l'ho letto il libro, per cui resto nel dubbio.
Sta di fatto che questo fu ciò che vedemmo:
- un gruppo di ragazzi romani inseguire giovani donne slogandosi il braccio nel tentativo di toccare loro il sedere!!
- ridicole e volgari gesticolazioni, nel trattare con i clienti, da parte dei fruttivendoli al mercato delle piazze;
- una bimba di 4 o 5 anni, fare un bel “dito medio” da un balcone di un quartiere povero di Napoli;
- affittare un appartamento in un palazzo romano disastrato e senza riscaldamento la cui proprietaria ottuagenaria (penso) non manca di sottolineare il nostro pregiudizio italiano verso la facilità delle donne americane;
- usare una Citroen 2 cavalli per il centro di Roma... ma ne esistono ancora?

Non commento nessuna di queste scene, sono tutte piuttosto eloquenti, dico solo che nella versione televisiva alcune, le più volgari e ridicole, sono sparite... sarà solo un'esigenza di formato? Chissà! E della versione italiana che mi dite?


E se non bastasse... ci studiano pure!

Questo è un seminario tenutosi il mese scorso all'UCLA, la prestigiosa università californiana: quanto avrei voluto esserci!   

  

domenica 25 dicembre 2011

Happy Holidays!

Giulia: L'albero di Natale auto-gestito

Leggendo la rubrica “Le Regole”, dedicata alle decorazioni natalizie, sull' Internazionale del 2 dicembre scorso sogghignavo divertita di fronte alla prima “regola”: “Non hai ancora cominciato? Sei già in ritardo”, e dentro di me ripensavo al sarcastico snobismo, con il quale avevo osservato i primi Babbi Natale simil-ladro appesi dalla metà di novembre lungo i terrazzi del mio quartiere.
Il 2 di dicembre non mi sentivo affatto nella condizione di dover rincorrere lo spirito natalizio, e così è stato fino al 7 dicembre quando è arrivata una mail dalla mia cara amica d'oltreoceano che recitava testualmente: “… approfittiamo di varie occasioni per celebrare e sentirci in festa; ho già fatto l'alberello …”.

Poi, giovedì 8 dicembre, l’altra mia cara amica “romana” visitando per la prima volta la mia nuova dimora, asseriva contrariata: “Ma, non lo fai l’albero di Natale?”, risposta: “Si, lo farò tra qualche giorno.
Infine, sabato 10 dicembre ho avuto la cattiva idea di invitare a cena una delle mie più sincere amiche, la quale entrando in casa ha esclamato: “Ma vergognati: non hai ancora fatto l’albero!”, e poi ha cominciato a descrivere quanto bello, alto e soprattutto carico fosse il suo albero di Natale.
A quel punto ho pensato che forse la regola, sulla quale avevo superficialmente sogghignato, non è poi tanto bizzarra, le decorazioni natalizie sono uno dei tanti doveri femminili, a cui difficilmente anche la donna più emancipata può sottrarsi.
La dead-line è tradizionalmente stabilita l’8 dicembre, addobbare la propria residenza dopo tale data significa non essere una brava moglie/madre/compagna.

A voler fare un po’ di analisi, le decorazioni natalizie rappresentano per me un vero trauma infantile, che probabilmente posso dire di avere superato solo alla tenera età di 32 anni. 
Nella tradizione familiare la preparazione dell’Albero di Natale è appannaggio esclusivo della mia mamma, a detta di tutti dotata di un’ineguagliabile senso estetico e di una manualità che purtroppo non ho ereditato (fatto di cui lei è sempre stata perfettamente conscia). Ricordo che, da ragazzina le chiedevo di poter fare l’Albero con lei durante il weekend, ma un bel giorno tornando a casa la scuola lo trovavo già bello che addobbato. Splendido ovviamente, con un tocco di originalità che lo distingueva da quello dell’anno precedente. A volte mi veniva concesso il privilegio di appendere alcune decorazioni in legno o in vetro, ma dopo qualche giorno, osservando il falso sempreverde, mi accorgevo che gli addobbi che avevo personalmente predisposto erano stati spostati più su o più giù di qualche rametto. La giustificazione di solito era: “così viene rispettata la simmetria”.
Dopo qualche anno ho smesso di arrabbiarmi per questo, meditando la mia futura soddisfazione.

Ebbene, il 2011 è stato l’anno della rivincita:
1 Albero di Natale (artificiale): 25,00 euro
5 metri di lucine bianche: 15,00 euro
12 Palline rosso/oro: 8,50 euro
3 metri di Nastro decorativo: 4 euro

Il primo Albero di Natale auto-gestito non ha prezzo!


Cristina: Il Natale Americano

In ordine sparso, tutte le cose strane, insolite, anche irriverenti o simpatiche ovvero che a me sembrano tali, di cui ho preso nota in questo Natale Californiano:
  • la temperatura esterna: il tempo è davvero bello, le giornate sono molto limpide e nelle ore più calde si può stare tranquillamente in maniche corte... happy tropical Christmas!
  • le auto addobbate: orecchie di renne e naso rosso alla Rudolph the red-nosed reindeer
  • le case sfavillanti di luci: in un quartiere di Redondo si trova addirittura l'indicazione tipo “sito artistico” Christmas Lights
  • i ristoranti chiusi il giorno di Natale: ma non sono loro ad essere i fan dei 24/7 e che il business è una priorità? … mah!
  • gli auguri politically correct: un diretto Merry Christmas potrebbe risultare offensivo, meglio restare sul generico Happy Holidays!
  • il regalo del Comune di Redondo: parcheggio gratis per 2 giorni, la vigilia e Natale. 
  • la festa del Hanukkah: la festa delle luci ebraica come celebrazione del Natale...  mah!
  • l'assenza del presepe: il tradizionale albero decorato e illuminato è facile da trovare, ma il presepe una vera rarità; al suo posto ho visto tanti Frosty the Snowman, babbi natale e personaggi Disney
  • il Babbo Natale sulla tavola da surf: ero rimasta a quello appeso alle terrazze che sembra o un ladro o un pazzo disperato che sta per cadere
  • i biglietti di auguri troppo personalizzati e troppo... scritti: dal papà, dalla mamma, dai genitori, dai figli ai genitori, dai nipoti ai nonni, a qualcuno di speciale, di Natale romantici, dai nonni, dal vicino di casa, dal padrone al cane, dal cane al padrone (sì proprio così... mah!), a tema religioso (ma non dovrebbe per definizione essere l'unico valido a Natale?), tropical, divertenti, dall'ufficio al boss... con mille poesie e frasi preconfezionate; è proprio una mania americana il concetto del tutto pronto, tutto veloce, dal fast-food al fast-greetings-card!
  • il giorno di Santo Stefano non è festivo: è un giorno di lavoro come un altro
  • Il pandoro, il panettone e il torrone non sono dolci tipici di Natale: non so in effetti quale sia il dolce americano tipico di questa festa; so che è tipico l'eggnog ossia uno zabaione con noce moscata e cannella
  • la vigilia non è giorno di pesce: ma noi invece da bravi Italiani abbiamo rispettato la tradizione
  • qualche strana canzone alla radio: tipo questa – Grandma got run over by a reindeer (la nonna è stata investita da una renna) che so essere di qualche anno fa ma che in Italia non avevo mai sentito... è simpatica ma un po' irriverente. 
E per aggiungere al post anche un nota esotica ecco a voi i miei Auguri di Natale:
Mele kalikimaka is the Hawaii's way to say Merry Christmas to you!!

sabato 17 dicembre 2011

Il... tofacchino

Recentemente, mentre facevo la spesa da Trader Joe's, una catena di alimentari molto gettonata perché vi si trovano prodotti di qualità tra cui parecchie bontà italiane, curiosando nel reparto frigo mi sono imbattuta in questa...
cosa qui sotto.
  

Senza offesa per nessuno, soprattutto per i vegetariani cui il “prodotto” è indirizzato, ma se proprio la carne non la si vuole mangiare perché volerla sostituire con degli improbabili surrogati derivati dalla soia? Carenza affettiva di proteine animali? Eppure non sarebbe difficile essere vegetariani con la dieta mediterranea: pasta, pizza e verdure a volontà, in mille modi appetitosi, senza nessun rimpianto per l'affettato di tacchino; ma qui è un altro mondo, qui siamo in America e il sandwich al tacchino è icona di identità nazionale... o il tofurky cioè il tacchino di tofu (tofacchino è una mia libera traduzione) viene venduto anche in Italia?

domenica 6 novembre 2011

Segnali e insegne

Forse un semplice "è pericoloso, non oltrepassare il limite" è sembrato all'amministrazione californiana troppo banale e magari anche poco efficace. 
Ma questo cartello con la chiusa finale è tutta un'altra cosa. Non sembra anche a voi dire:
"Ehi tu, lo so bene io, ti vedo, brutto discolo, che hai una voglia matta di scavalcarla la staccionata!! ma toglitelo proprio dalla testa, non ci pensare neanche..." Appunto.
E chi osa sfidare un avviso così?





domenica 30 ottobre 2011

Creepy Halloween

L'eloquenza delle immagini...


Redondo Beach
Hermosa Beach
La nostra prima zucca intagliata


giovedì 6 ottobre 2011

“ Il mondo è stato fatto per gli uomini, e non per le donne”

Ho 37 anni , per la società una giovane donna
Per il mondo del lavoro “fuori dal mercato”.
Ho una laurea 110 e lode, anni di studio all’estero, specializzazioni e master
Per il mondo accademico “non sufficientemente preparata
Per il mondo del lavorotroppo qualificata
Per lo stato civile “coniugata
Per la Chiesa “depositaria di una nuova vita
Per la medicina “al limite dell’età fertile
Per lo Stato “un’ottima contribuente
Per mio marito “una donna importante
Per il mondo del lavoro una “segretaria efficiente”.

Al bar “signorina, cosa prende?”, sono una donna laureata
Al bar “dottore, cosa prende ?” , è un uomo senza laurea
Al telefono: “Signorina, ho capito, ma posso parlare con un suo superiore?”
Al telefono: “Dottore, la ringrazio infinitamente”.
I dirigenti a me: “Cara, andrebbe a comprarmi il giornale?”.
I dirigenti all’uomo senza laurea: “Carissimo, tutto bene? Andiamo a pranzo?” (pacca sulla spalla).

Ho un’esperienza  di lavoro di 10 anni: capo reparto, capo settore, buyer, area manager retail.
Il mio premio:  “Ci farebbe un caffè?”.
Ho gestito persone, soldi e uffici, ora sono  “la  ragazza che ….”.

Non importa chi sei, cosa hai fatto e cosa sai fare, qualcuno avrà sempre bisogno di piazzare una figlia, una parente o l’amante al tuo posto.
Non importa se hai la stoffa e la voglia di affrontare una sfida lavorativa più ambiziosa, qualcuno meno dotato ma più sfacciato di te, ha già preso quel posto.
Non importa se hai sempre lavorato onestamente e a testa bassa, qualcuno sta già pensando a come farti le scarpe.
Non importa se non ha mai danneggiato l’immagine della società o delle persone per cui lavori, nessuno ti chiederà di indicarlo sul curriculum né ti riconoscerà alcunché.

Ho 37 anni, sono una donna, felice di esserlo!

giovedì 22 settembre 2011

La pubblicità in TV

Cristina - USA today 

Non guardo molto la televisione, anche se per esercitare l'orecchio pure l'insegnante d'inglese, da cui prendevo lezione nei miei primissimi tempi americani, me l'aveva consigliata come valido strumento didattico. Dopo oltre 2 anni di breve ma costante esercizio una cosa è certa: ho sicuramente un problema di udito.
Ma come succede a quelli un po' “duri d'orecchi” che almeno capiscono quando gli si parla ad un tono più alto (leggasi urlare!) così anch'io ho imparato a capire bene, sì piuttosto bene direi, la pubblicità! 
Sarà perchè durante l'interruzione pubblicitaria il volume aumenta automaticamente di almeno 4 o 5 toni?
Questa pratica è tipica anche della TV italiana e sicuramente avrà lo scopo banale di attirare l'attenzione dello spettatore che se non è abbastanza veloce a fare zapping si ritrova il timpano lesionato o il vicino di casa che lo querela per disturbo della quiete pubblica, ma è piuttosto fastidiosa.
Altra “finesse markettara” (neo-locuzione per una riflessione del tutto personale) che la mia incompetenza linguistica mi permette di cogliere nella pubblicità televisiva americana, per fare in modo che il messaggio arrivi a tutti, ma proprio a tutti e quindi anche all'orecchio campanaro della sottoscritta, è non solo l'utilizzo di un inglese corretto e semplice oserei dire da accademia, concetto scontato, penserete... vero aggiungo io, ma soprattutto di una pronuncia nitida e pulita senza contrazioni o ingestioni della parte finale delle parole, tipico invece della parlata comune: e questo non è affatto un principio scontato!
Non è un caso infatti che ormai capisca la pubblicità al 99,9% mentre se guardo un film la percentuale di successo precipita con vergogna al 70% circa, volendomi bene.
Perchè quindi non raccontare di ciò che finalmente ho imparato a capire anche senza concentrarmi sul labiale?

Qualche giorno fa, stavo guardando un programma sul mio canale preferito, food channel, e come previsto ad un certo momento parte un “commercial”. Nessuna musica o filmato ma un'immagine fissa tipo comunicato da edizione speciale e la voce di un operatore che formula la seguente domanda sibillina, in tono allarmista: “hai un'età compresa tra i 35 e gli 80 anni?” ...mmh, sì, rientro nel range.
“Hai mai pensato al tuo funerale?” … no! e... tiè! O cavolo, non faranno mica delle offerte sulle bare?
E ancora la voce: “e quanto i tuoi parenti dovranno pagare per te?” … mavva...!! (licenza poetica).
Però curiosa ascolto e scopro che si tratta di un'assicurazione sulla vita che include anche la copertura per le spese del proprio funerale! Domanda semplice a me stessa: “perchè non ho fatto zapping come al solito?”
Non vivo in Italia da 2 anni, perciò non so se qualcosa è cambiato nel frattempo, ma circolano pubblicità simili? Vengono trasmessi gli spot del “menagramo”?
Qui abbondano.
Ecco allora il tormentone degli studi legali che vanno a caccia di clienti nel mare magnum delle disgrazie con insistenti comunicati da “non attorney spokesperson” che ti elencano malattie e malanni di cui non hai mai sentito parlare …oh, quanto mi manca la famigliola del Mulino Bianco!
La corsia parallela è dedicata nello specifico alle disgrazie finanziarie e così ti sorbisci una sfilza di consigli interessati di agenzie che promettono di risolvere tutti i tuoi problemi economici ...quando si parla di miracolo e sogno americano: ahh, poterci credere!
La malattia in genere è molto redditizia e quindi fioccano gli spot di medicinali vari compresi quelli per cui è necessaria la ricetta medica; si parte dai cerotti per curare l'artrite, dalle pomate per dolori vari, dall'antibiotico da banco per le piccole ferite, si passa per la pastiglia che cura la vescica iperattiva (bere un po' meno no?), per la sostanza che fa smettere di fumare, per la pillola e altri dispositivi anticoncezionali (ops, tabù!), per il viagra (ops, altro tabù!) e per molto altro ancora e si finisce con i medicinali contro la depressione che se per caso sei di buon umore mentre viene trasmessa la pubblicità, ti senti in colpa, ma così in colpa!
Penserete che vengano messi in onda in tarda serata o di notte e invece no, passano tutti nel tardo pomeriggio e nella prima serata, forse anche nel primo pomeriggio ma come ho già detto non guardo molto la tv e quindi in effetti non so.
 Come non nominare inoltre il problema obesità molto diffuso negli States che in ambito commerciale ha una valenza tridimensionale ? (non ridete che non è una battuta... è un concetto ragionato! )
Da un lato si insiste sul “che bello mangiare queste schifezze che fanno ingrassare ma son goduriose e ti senti felice e risparmiatore” visto il basso prezzo a cui vengono vendute, dall'altro ci sono mille proposte per poter dimagrire e da ultimo gli attori degli spot, emeriti sconosciuti e ben rappresentanti l'americano medio, sono belli paffuti, donne comprese.

E se questo non fosse sufficiente per sottolineare le differenze con l'Italia aggiungo che la pubblicità comparativa è permessa e sembra non causi gravi danni di immagine e perdita di quote di mercato al concorrente denigrato (la rima ci sta, no?). Chi è che diceva: “...anche male purchè se ne parli?”

Giulia - Spot made in Italy: la meglio TV?

Sono stata incollata alla TV per tre sere di fila, quindi lo posso affermare con cognizione di causa: in Italia uno spot televisivo su tre tenta di venderti un’auto.
Questa non è una novità, si sapeva già.
 Ma durante lo svolgimento di questa mia mini-ricerca serale, mi sono imbattuta in un caso piuttosto singolare di perfetta contrapposizione pubblicitaria tra due spot che al momento spopolano.
Il primo, di una nota casa automobilistica (tanto per cambiare), denigrando la figura dello “YES man”, invita l’inerte spettatore a rifiutare le convenzioni, l’omologazione e a scegliere un’auto che faccia risaltare la forte personalità e l’originalità dell’acquirente (una riflessione a questo punto sorge spontanea: ma se quel modello viene prodotto in qualche miliardo di esemplari in tutto il mondo, siamo proprio sicuri che acquistarla mi renderà unico? Ai posteri l’ardua sentenza!).
Il secondo invece promuove la “bionda”premium nazionale (leggi Nastro Azzurro), inneggiando al coraggio di dire sì (anche ad amici noiosi, genitori onnipresenti, etc…) in un tripudio di creatività, solarità, sorrisi ed abbracci (che nelle intenzioni dei pubblicitari dovrebbero incarnare il meglio dell’italianità).
Una sera, ho visto le due pubblicità andare in onda una dopo l’altra, ed istintivamente ho pensato che se le rispettive agenzie pubblicitarie avessero cercato un simile parallelismo, probabilmente nemmeno in dieci anni l’avrebbero trovato.
In fin dei conti il concetto è molto semplice e tutto sommato nemmeno così contraddittorio: che tu sia un militante del partito del “sempre-SI” o un attivista della fazione del NO: bevi birra Nastro Azzurro e compra una Citroen.
Un dubbio però si è insinuato in me: e se l’agenzia pubblicitaria fosse la stessa e tutto questo facesse parte di un cervellotico scherzo da copywriter?
Nooooo, mica siamo  in America!

Un’altra tipicità tutta italiana è quella di mandare in onda spot dei prodotti diciamo “meno nobili” all’ora dei pasti. Tra le 19.30 e le 21.00, infatti, sulle principali reti televisive si possono trovare carrellate di spot che vanno dal tenero pannolino alla pomata per le emorroidi, dal carbone attivo al deodorante per wc, per finire con il rimedio per il “fastidioso prurito intimo” e l’assorbente intimo con le ali.

Su tutto questo bell'ammasso di simpatica promozione Luciana Litizzetto ha fondato (non a torto, dico io)  il suo impero comico.
Dai libri alle trasmissioni radio e TV, il piccolo folletto torinese non perde occasione per fare appelli scanzonati ai pubblicitari che sfornano trovate “geniali” per i prodotti più improbabili.
Qualche anno fa Luca Carboni cantava: “contro la noia della TV guardare solo la pubblicità …”. Visto ciò che ci aspetta se accettiamo questo invito, rispondo cortesemente: anche no!

venerdì 29 luglio 2011

Allo stadio

Il mio ing.: “mi raccomando, devi essere pronta alle cinque in punto: dobbiamo passare a prendere Craig e abbiamo quasi un'ora di strada da fare nella 405 (sì, sì proprio quella che persino recentemente i giornali italiani hanno citato per alcuni lavori stradali che avrebbero dovuto causare quello che qui, questi Americani burloni, hanno definito 'carmagheddon': secondo voi com'è andata a finire? Ovvio, solo qualche coda e traffico un po' rallentato ma nulla di più!!)”
Perchè si preoccupa sempre della mia puntualità? Mah!...
Alle 17 e zero zero sento la porta di casa aprirsi: “ciao, sono qui! Sei pronta?
Io: “quasi, quasi.  Ancora 5 minuti”.  Ahh... ecco perchè!

Insomma, dopo 5, diciamo 8 per amor di precisione, minuti, partiamo, recuperiamo al volo, quasi letteralmente, Craig e ci dirigiamo veloci (si fa per dire, è l'ora di punta e il traffico è molto, molto intenso) verso la nostra meta ad Anaheim: il La Angels Stadium.
Alle 19.00 inizia la partita: Angels, la squadra ospitante contro Mariners, la squadra di Seattle.

Arriviamo una mezz'ora prima dell'inizio dei giochi, appena in tempo per rifocillarci e come è facile immaginare c'è l'imbarazzo della scelta nelle tipologie di cibo, tutto comunque classificabile nella categoria schifezze, un “must” quando si deve mangiare allo stadio o almeno così l'ho sempre immaginato, dato che allo stadio, per un evento sportivo, non ci sono mai, ma proprio mai andata: Hot-dog, pizza, panini con salsiccia, peperoni e cipolla, tacos e burrito messicani, hamburgher e patatine fritte e un intero ripiano (gratis) di barattoli giganti con salse di tutti i tipi, cetriolini sottaceto (pickles) e peperoncini verdi piccantissimi (jalapenos).

La folla è notevole (scoprirò in seguito essere composta da circa 43.000 esseri umani) e a me fa una certa impressione; ero già stata a qualche concerto molto partecipato, ma non così tanto.
Prendiamo posto, ci sistemiamo e già veniamo travolti dall'aria di festa e un po' per confonderci e un po' per partecipare, indossiamo i cappellini rossi della squadra di casa che ci hanno regalato all'ingresso.
L'inizio ufficiale della partita è preceduto da un momento solenne particolarmente sentito dagli Americani: l'inno nazionale che in questo caso è eseguito, in versione strumentale, dal chitarrista dei Pearl Jam, Mike Mccready... ah, no? E tutti con la mano sul cuore!
Noi siamo in piedi per rispetto come si conviene in queste situazioni, ma senza ovviamente gran coinvolgimento: “speriamo che i nostri vicini di gradinata non se la prendano a male per la nostra scarsa dimostrazione di patriottismo!

E poi via con il primo lancio... a proposito, se ancora non si fosse capito, stiamo assistendo ad un incontro di baseball!
Conosco abbastanza le regole del gioco, antica reminiscenza scolastica, per cui riesco a seguire facilmente la dinamica della partita senza annoiarmi troppo; in effetti il baseball, anche se giocato da campioni, è piuttosto lento e per questo un po' noioso. Ma alla fine a pensarci bene, anche se non capissi proprio niente, neanche chi sta vincendo o perdendo, mi divertirei lo stesso anche solo osservando la gente e le sue reazioni: viva la varietà e la stranezza!

E poi come si può stare seri durante il momento della kiss cam? Quando cioè una telecamera inquadra a sorpresa delle coppie vere o casuali e queste sono invitate a baciarsi? E nessuno si rifiuta di adempiere ad un così gravoso onere? Una scena è bellissima: vengono inquadrati un ragazzo dall'aspetto normale e una ragazza molto carina che, si capisce al volo, non sono una coppia, probabilmente amici in un gruppo più ampio e il ragazzo mima un gesto dal significato inequivocabile: “sììì, e vai!!! e quando mi ricapita?”
La ragazza non sembra molto entusiasta ma sta simpaticamente al gioco; inutile dire che si baciano e lo stadio letteralmente esplode in una risata e un applauso fragoroso.
Per fortuna, per noi niente bacio pubblico... sarei diventata del colore del cappellino indossato: rossa anzi rossissima!
Ma non è finita qui: arriva anche il momento dello stretching e dopo quasi 2 ore e mezza di gioco è provvidenziale per sgranchire i muscoli e quindi tutti in piedi a fare esercizio al ritmo di una canzone interpretata da una ragazzina dalla voce potente, probabilmente vincitrice di qualche talent-show (ce ne sono così tanti qui!).

La partita prosegue per un'altra ventina di minuti, con un'ultima interruzione, il momento della bubble cam in cui lo sfortunato spettatore ripreso viene brutalmente deformato suscitando divertimento insieme a non poco orrore e termina, al nono inning, con la vittoria degli Angels, per la somma soddisfazione dei tifosi di casa.
Il buio è ormai sceso e disegna lo sfondo perfetto per brevi ma scoppiettanti fuochi d'artificio, luminosa conclusione di una serata davvero colorata.