giovedì 22 settembre 2011

La pubblicità in TV

Cristina - USA today 

Non guardo molto la televisione, anche se per esercitare l'orecchio pure l'insegnante d'inglese, da cui prendevo lezione nei miei primissimi tempi americani, me l'aveva consigliata come valido strumento didattico. Dopo oltre 2 anni di breve ma costante esercizio una cosa è certa: ho sicuramente un problema di udito.
Ma come succede a quelli un po' “duri d'orecchi” che almeno capiscono quando gli si parla ad un tono più alto (leggasi urlare!) così anch'io ho imparato a capire bene, sì piuttosto bene direi, la pubblicità! 
Sarà perchè durante l'interruzione pubblicitaria il volume aumenta automaticamente di almeno 4 o 5 toni?
Questa pratica è tipica anche della TV italiana e sicuramente avrà lo scopo banale di attirare l'attenzione dello spettatore che se non è abbastanza veloce a fare zapping si ritrova il timpano lesionato o il vicino di casa che lo querela per disturbo della quiete pubblica, ma è piuttosto fastidiosa.
Altra “finesse markettara” (neo-locuzione per una riflessione del tutto personale) che la mia incompetenza linguistica mi permette di cogliere nella pubblicità televisiva americana, per fare in modo che il messaggio arrivi a tutti, ma proprio a tutti e quindi anche all'orecchio campanaro della sottoscritta, è non solo l'utilizzo di un inglese corretto e semplice oserei dire da accademia, concetto scontato, penserete... vero aggiungo io, ma soprattutto di una pronuncia nitida e pulita senza contrazioni o ingestioni della parte finale delle parole, tipico invece della parlata comune: e questo non è affatto un principio scontato!
Non è un caso infatti che ormai capisca la pubblicità al 99,9% mentre se guardo un film la percentuale di successo precipita con vergogna al 70% circa, volendomi bene.
Perchè quindi non raccontare di ciò che finalmente ho imparato a capire anche senza concentrarmi sul labiale?

Qualche giorno fa, stavo guardando un programma sul mio canale preferito, food channel, e come previsto ad un certo momento parte un “commercial”. Nessuna musica o filmato ma un'immagine fissa tipo comunicato da edizione speciale e la voce di un operatore che formula la seguente domanda sibillina, in tono allarmista: “hai un'età compresa tra i 35 e gli 80 anni?” ...mmh, sì, rientro nel range.
“Hai mai pensato al tuo funerale?” … no! e... tiè! O cavolo, non faranno mica delle offerte sulle bare?
E ancora la voce: “e quanto i tuoi parenti dovranno pagare per te?” … mavva...!! (licenza poetica).
Però curiosa ascolto e scopro che si tratta di un'assicurazione sulla vita che include anche la copertura per le spese del proprio funerale! Domanda semplice a me stessa: “perchè non ho fatto zapping come al solito?”
Non vivo in Italia da 2 anni, perciò non so se qualcosa è cambiato nel frattempo, ma circolano pubblicità simili? Vengono trasmessi gli spot del “menagramo”?
Qui abbondano.
Ecco allora il tormentone degli studi legali che vanno a caccia di clienti nel mare magnum delle disgrazie con insistenti comunicati da “non attorney spokesperson” che ti elencano malattie e malanni di cui non hai mai sentito parlare …oh, quanto mi manca la famigliola del Mulino Bianco!
La corsia parallela è dedicata nello specifico alle disgrazie finanziarie e così ti sorbisci una sfilza di consigli interessati di agenzie che promettono di risolvere tutti i tuoi problemi economici ...quando si parla di miracolo e sogno americano: ahh, poterci credere!
La malattia in genere è molto redditizia e quindi fioccano gli spot di medicinali vari compresi quelli per cui è necessaria la ricetta medica; si parte dai cerotti per curare l'artrite, dalle pomate per dolori vari, dall'antibiotico da banco per le piccole ferite, si passa per la pastiglia che cura la vescica iperattiva (bere un po' meno no?), per la sostanza che fa smettere di fumare, per la pillola e altri dispositivi anticoncezionali (ops, tabù!), per il viagra (ops, altro tabù!) e per molto altro ancora e si finisce con i medicinali contro la depressione che se per caso sei di buon umore mentre viene trasmessa la pubblicità, ti senti in colpa, ma così in colpa!
Penserete che vengano messi in onda in tarda serata o di notte e invece no, passano tutti nel tardo pomeriggio e nella prima serata, forse anche nel primo pomeriggio ma come ho già detto non guardo molto la tv e quindi in effetti non so.
 Come non nominare inoltre il problema obesità molto diffuso negli States che in ambito commerciale ha una valenza tridimensionale ? (non ridete che non è una battuta... è un concetto ragionato! )
Da un lato si insiste sul “che bello mangiare queste schifezze che fanno ingrassare ma son goduriose e ti senti felice e risparmiatore” visto il basso prezzo a cui vengono vendute, dall'altro ci sono mille proposte per poter dimagrire e da ultimo gli attori degli spot, emeriti sconosciuti e ben rappresentanti l'americano medio, sono belli paffuti, donne comprese.

E se questo non fosse sufficiente per sottolineare le differenze con l'Italia aggiungo che la pubblicità comparativa è permessa e sembra non causi gravi danni di immagine e perdita di quote di mercato al concorrente denigrato (la rima ci sta, no?). Chi è che diceva: “...anche male purchè se ne parli?”

Giulia - Spot made in Italy: la meglio TV?

Sono stata incollata alla TV per tre sere di fila, quindi lo posso affermare con cognizione di causa: in Italia uno spot televisivo su tre tenta di venderti un’auto.
Questa non è una novità, si sapeva già.
 Ma durante lo svolgimento di questa mia mini-ricerca serale, mi sono imbattuta in un caso piuttosto singolare di perfetta contrapposizione pubblicitaria tra due spot che al momento spopolano.
Il primo, di una nota casa automobilistica (tanto per cambiare), denigrando la figura dello “YES man”, invita l’inerte spettatore a rifiutare le convenzioni, l’omologazione e a scegliere un’auto che faccia risaltare la forte personalità e l’originalità dell’acquirente (una riflessione a questo punto sorge spontanea: ma se quel modello viene prodotto in qualche miliardo di esemplari in tutto il mondo, siamo proprio sicuri che acquistarla mi renderà unico? Ai posteri l’ardua sentenza!).
Il secondo invece promuove la “bionda”premium nazionale (leggi Nastro Azzurro), inneggiando al coraggio di dire sì (anche ad amici noiosi, genitori onnipresenti, etc…) in un tripudio di creatività, solarità, sorrisi ed abbracci (che nelle intenzioni dei pubblicitari dovrebbero incarnare il meglio dell’italianità).
Una sera, ho visto le due pubblicità andare in onda una dopo l’altra, ed istintivamente ho pensato che se le rispettive agenzie pubblicitarie avessero cercato un simile parallelismo, probabilmente nemmeno in dieci anni l’avrebbero trovato.
In fin dei conti il concetto è molto semplice e tutto sommato nemmeno così contraddittorio: che tu sia un militante del partito del “sempre-SI” o un attivista della fazione del NO: bevi birra Nastro Azzurro e compra una Citroen.
Un dubbio però si è insinuato in me: e se l’agenzia pubblicitaria fosse la stessa e tutto questo facesse parte di un cervellotico scherzo da copywriter?
Nooooo, mica siamo  in America!

Un’altra tipicità tutta italiana è quella di mandare in onda spot dei prodotti diciamo “meno nobili” all’ora dei pasti. Tra le 19.30 e le 21.00, infatti, sulle principali reti televisive si possono trovare carrellate di spot che vanno dal tenero pannolino alla pomata per le emorroidi, dal carbone attivo al deodorante per wc, per finire con il rimedio per il “fastidioso prurito intimo” e l’assorbente intimo con le ali.

Su tutto questo bell'ammasso di simpatica promozione Luciana Litizzetto ha fondato (non a torto, dico io)  il suo impero comico.
Dai libri alle trasmissioni radio e TV, il piccolo folletto torinese non perde occasione per fare appelli scanzonati ai pubblicitari che sfornano trovate “geniali” per i prodotti più improbabili.
Qualche anno fa Luca Carboni cantava: “contro la noia della TV guardare solo la pubblicità …”. Visto ciò che ci aspetta se accettiamo questo invito, rispondo cortesemente: anche no!

venerdì 29 luglio 2011

Allo stadio

Il mio ing.: “mi raccomando, devi essere pronta alle cinque in punto: dobbiamo passare a prendere Craig e abbiamo quasi un'ora di strada da fare nella 405 (sì, sì proprio quella che persino recentemente i giornali italiani hanno citato per alcuni lavori stradali che avrebbero dovuto causare quello che qui, questi Americani burloni, hanno definito 'carmagheddon': secondo voi com'è andata a finire? Ovvio, solo qualche coda e traffico un po' rallentato ma nulla di più!!)”
Perchè si preoccupa sempre della mia puntualità? Mah!...
Alle 17 e zero zero sento la porta di casa aprirsi: “ciao, sono qui! Sei pronta?”
Io: “quasi, quasi.  Ancora 5 minuti”.  Ahh... ecco perchè!

Insomma, dopo 5, diciamo 8 per amor di precisione, minuti, partiamo, recuperiamo al volo, quasi letteralmente, Craig e ci dirigiamo veloci (si fa per dire, è l'ora di punta e il traffico è molto, molto intenso) verso la nostra meta ad Anaheim: il La Angels Stadium.
Alle 19.00 inizia la partita: Angels, la squadra ospitante contro Mariners, la squadra di Seattle.

Arriviamo una mezz'ora prima dell'inizio dei giochi, appena in tempo per rifocillarci e come è facile immaginare c'è l'imbarazzo della scelta nelle tipologie di cibo, tutto comunque classificabile nella categoria schifezze, un “must” quando si deve mangiare allo stadio o almeno così l'ho sempre immaginato, dato che allo stadio, per un evento sportivo, non ci sono mai, ma proprio mai andata: Hot-dog, pizza, panini con salsiccia, peperoni e cipolla, tacos e burrito messicani, hamburgher e patatine fritte e un intero ripiano (gratis) di barattoli giganti con salse di tutti i tipi, cetriolini sottaceto (pickles) e peperoncini verdi piccantissimi (jalapenos).

La folla è notevole (scoprirò in seguito essere composta da circa 43.000 esseri umani) e a me fa una certa impressione; ero già stata a qualche concerto molto partecipato, ma non così tanto.
Prendiamo posto, ci sistemiamo e già veniamo travolti dall'aria di festa e un po' per confonderci e un po' per partecipare, indossiamo i cappellini rossi della squadra di casa che ci hanno regalato all'ingresso.
L'inizio ufficiale della partita è preceduto da un momento solenne particolarmente sentito dagli Americani: l'inno nazionale che in questo caso è eseguito, in versione strumentale, dal chitarrista dei Pearl Jam, Mike Mccready... ah, no? E tutti con la mano sul cuore!
Noi siamo in piedi per rispetto come si conviene in queste situazioni, ma senza ovviamente gran coinvolgimento: “speriamo che i nostri vicini di gradinata non se la prendano a male per la nostra scarsa dimostrazione di patriottismo!”

E poi via con il primo lancio... a proposito, se ancora non si fosse capito, stiamo assistendo ad un incontro di baseball!
Conosco abbastanza le regole del gioco, antica reminiscenza scolastica, per cui riesco a seguire facilmente la dinamica della partita senza annoiarmi troppo; in effetti il baseball, anche se giocato da campioni, è piuttosto lento e per questo un po' noioso. Ma alla fine a pensarci bene, anche se non capissi proprio niente, neanche chi sta vincendo o perdendo, mi divertirei lo stesso anche solo osservando la gente e le sue reazioni: viva la varietà e la stranezza!

E poi come si può stare seri durante il momento della kiss cam? Quando cioè una telecamera inquadra a sorpresa delle coppie vere o casuali e queste sono invitate a baciarsi? E nessuno si rifiuta di adempiere ad un così gravoso onere? Una scena è bellissima: vengono inquadrati un ragazzo dall'aspetto normale e una ragazza molto carina che, si capisce al volo, non sono una coppia, probabilmente amici in un gruppo più ampio e il ragazzo mima un gesto dal significato inequivocabile: “sììì, e vai!!! e quando mi ricapita?”
La ragazza non sembra molto entusiasta ma sta simpaticamente al gioco; inutile dire che si baciano e lo stadio letteralmente esplode in una risata e un applauso fragoroso.
Per fortuna, per noi niente bacio pubblico... sarei diventata del colore del cappellino indossato: rossa anzi rossissima!
Ma non è finita qui: arriva anche il momento dello stretching e dopo quasi 2 ore e mezza di gioco è provvidenziale per sgranchire i muscoli e quindi tutti in piedi a fare esercizio al ritmo di una canzone interpretata da una ragazzina dalla voce potente, probabilmente vincitrice di qualche talent-show (ce ne sono così tanti qui!).

La partita prosegue per un'altra ventina di minuti, con un'ultima interruzione, il momento della bubble cam in cui lo sfortunato spettatore ripreso viene brutalmente deformato suscitando divertimento insieme a non poco orrore e termina, al nono inning, con la vittoria degli Angels, per la somma soddisfazione dei tifosi di casa.
Il buio è ormai sceso e disegna lo sfondo perfetto per brevi ma scoppiettanti fuochi d'artificio, luminosa conclusione di una serata davvero colorata.

venerdì 8 luglio 2011

Now, you may kiss your bride

“...Vi dichiaro marito e moglie” e “ora puoi baciare la sposa".  
Ci siamo talmente abituati a sentire nei film americani questa formula per la celebrazione del matrimonio che è entrata nel comune immaginario come universale, nonostante invece sia tipica del rito protestante che in Italia non mi pare sia così diffuso come invece quello cattolico in cui di tale formula non vi è neppure l'ombra. E neppure nel rito civile tale espressione, così familiare quando si parla di sposi, viene assolutamente pronunciata a meno che il sindaco o l'assessore incaricato non sia un fan delle commedie romantiche hollywoodiane.
Ma da quando sono qui, in California, mi sono resa conto che non è la realtà ad imitare la finzione cinematografica ma è la produzione hollywoodiana a dare uno spaccato veritiero della realtà locale: trattasi dunque di docu-film e penso sia ovvio a quale filmografia mi riferisco.

Essere invitati ad un matrimonio non era davvero previsto nel nostro calendario degli eventi americani e quindi non immaginate la sorpresa quando qualche settimana fa questo è accaduto.
L'entusiasmo per l'eccezionalità del fatto si è trasformato subito in preoccupazione dopo la lettura dell'invito: come mai? La scelta predefinita da parte degli sposi dei colori della festa non vi mette una certa apprensione? A voi forse no, ma a me sì! E se poi questi colori sono il viola e l'argento? Ahh... anche a voi adesso!
Per fortuna la magnanimità degli sposi consente agli invitati di optare tra tutte le sfumature del viola e del grigio chiaro e... anche altri colori se proprio non si può fare altrimenti.

Ovviamente di viola non ho niente e di grigio chiaro qualcosa, ma non abbastanza elegante per una cerimonia e il mio ing. si trova esattamente nella stessa situazione: ha un vestito grigio per queste occasioni ma è scuro, quasi nero che forse con un po' di fantasia potremmo far passare per argento antico.
Nonostante impegno e buona volontà non riesco a trovare nulla di viola o di grigio abbastanza sobrio che sia in linea con il mio stile, non so un banalissimo tubino... agli Americani piacciono tanto i lustrini, le pietre quello che loro chiamano con fierezza “a lot of sparkling”.
Alla fine, ma proprio all'ultimo, praticamente il giorno prima, dopo aver setacciato anche i fondi di magazzino di tutti i centri commerciali e persino delle boutiques di Redondo, scovo e compro un vestito che può adattarsi alla situazione avendo qualche sfumatura grigia e che non mi sta poi così male.
Più semplice invece si rivela la possibilità di onorare i colori del matrimonio con la confezione del regalo: due belle scatole viola chiaro con un bel fiocco argento... e la nostra bella figura è assicurata.

Lo stile della festa è semplice e piuttosto sobrio (colori a parte, ok) e come al solito è tutto perfettamente organizzato, non sono previsti fuori programma.
Non è solo la sala minuziosamente addobbata con gli spazi degli eventi ben definiti, l'area della cerimonia, le sedie allineate per gli ospiti, i tavoli per la cena, la zona “dance”, il bar e il tavolo per il the, i caffè e i cappuccini finali a trasmettere la sensazione di una studiata e attenta regia ma è proprio il programma della giornata, messo a disposizione di ogni invitato, che supporta la mia affermazione.
Come si intuisce, il tutto si svolge in un'unica sala (come nei film appunto!) che in questo caso ha pure il pregio di affacciarsi sull'oceano offrendo all'avvenimento una perfetta cornice romantica.
La cerimonia nuziale è prevista alle ore 17.00, è celebrata da un'officiante donna e si chiude, dopo lo scambio dei voti, con il rito della mescolanza della sabbia che simboleggia la nascita di una nuova famiglia secondo i principi religiosi protestanti. Manco a dirlo la sabbia che rappresenta gli sposi è viola e grigia mentre bianca è quella che raffigura Cristo.
Dalle 17.30 alle 18.00 gli ospiti sono intrattenuti con musica e stuzzichini mentre gli sposi fanno le consuete foto; alle 18.00 è servita la cena... e non è un'eccezione, gli Americani cenano sempre alle 6 di sera!

Dispiace dirlo, ma non ci si abbuffa proprio, anche se il cibo è gustoso... insalata di antipasto (come nei film... sono noiosa ormai, ma è più forte di me!) e poi un piatto principale a base di carne, quale? Sempre lui, tapino, il solito pollo, non nel senso del solito fesso, ma proprio perchè di chicken si tratta.
Non si deve però pensare che sia un menù povero o trascurato, il pollo (il petto ad essere pignoli) è servito sempre anche nei migliori ristoranti... mi viene quindi il dubbio: “gli Americani consumano tanti polli perchè ne allevano troppi o viceversa?”
Se in Italia ti rifilassero petto di pollo, sia anche con l'oro, ad un pranzo nuziale le critiche più feroci non sarebbero risparmiate, ma negli States è tutta un'altra storia e quando ormai le usanze locali sono ben note non resta che adeguarsi e capita pure di ritrovarsi a disquisire sulle qualità di diversi petti di pollo assaggiati qua e là.

Alle 19.30 è prevista la prima danza della nuova coppia e poi ballo e musica fino alle 20.30 momento in cui gli sposi effettuano il taglio della torta, bianca a piramide con bordi viola, ovviamente.
Alle 21.00 il programma riporta il lancio del bouquet e alle 21.30 i saluti finali.
Dov'eravamo esattamente alle 21.30 (vabbè dai diciamo 21.35)?
In macchina sulla strada verso casa! 

lunedì 4 luglio 2011

Buon Independence Day!

Barbecue, pic-nic, feste, sfilate, fuochi d'artificio, il discorso del Presidente alla TV, un continuo sventolio di bandiere a stelle e striscie mentre risuona l'inno nazionale: questa è l'immagine che automaticamente si crea nella mia mente quando si parla di 4 luglio, la festa federale per antonomasia negli Stati Uniti. 
Sembra sia uno dei pochi giorni in cui, nell'America dello stacanovismo e dell"open 24/24 hours", si riprende fiato e si festeggia ... finalmente!
Quindi a chi si trova al di là dell'Oceano ... Buon Giorno dell'Indipendenza! ;-) 

domenica 19 giugno 2011

Burocrazia ed efficienza: are you kidding me?

Prendo spunto da un post del blog “Vita a San Diego” relativo all'obbligo civile di prestare servizio come giurato, per sottolineare l'efficienza della burocrazia americana.
Per sapere come funziona la procedura, la lettura del post indicato potrà fornirne i dettagli, esclusi però quelli che riguardano l'assolvimento dell'obbligo stesso e la sua conclusione.
Sarà pure una coincidenza ma la scorsa settimana proprio il mio Ing. è stato protagonista di questa inusuale (per noi italiani, si intende) esperienza (sì, lui possiede tutti i requisiti richiesti: hurrà che fortuna!).

Il rito prevede che il “precettato” - non ci si può infatti sottrarre a tale obbligo a meno che non si abbia una giustificazione grave e plausibile - chiami l'ufficio del tribunale ogni giorno a partire dal precedente a quello stabilito per l'udienza, per sapere se l'indomani deve presentarsi o meno nella sede del processo.
Può infatti capitare che nei giorni di precettazione (di solito 5 o 7) non venga richiesta l'effettiva presenza in aula perchè magari la giuria è già stata formata da altre persone selezionate fino a quel momento da accusa e difesa; in questo modo l'obbligo viene assolto, diciamo, con la sola reperibilità.

La maggior parte delle volte però accade che in tribunale ci si debba proprio andare: così è infatti per il mio Ing.
Si tratta di una causa civile, per fortuna, certo impegnativa dal punto di vista della responsabilità nei confronti della realtà finanziaria di qualche sconosciuto, ma almeno non si manda in galera nessuno.

Prima di accedere alla selezione vera e propria come potenziale giurato, in cui gli avvocati della difesa, dell'accusa e il giudice rivolgono domande personali e poi specifiche sul caso da trattare, per testare l'imparzialità del candidato, (pare di vedere una scena di Perry Mason o del più recente Law and Order) si deve partecipare ad un mini-corso formativo con esamino finale – si può fare tutto on-line – con tanto di rilascio di attestato di idoneità.
Così si impara che la durata massima di un processo civile è di sette giorni (avete capito bene: sette giorni!!!), che ogni giorno di servizio viene retribuito con 15 dollari e un rimborso chilometrico e che l'assolvimento del jury service ti libera per almeno un anno e se sei fortunato per un periodo anche più lungo. Ecco spiegato il motivo per cui le aziende prevedono, tra i motivi di assenza del dipendente, oltre alle festività e alle ferie, anche quello di “giurato”.

Il mio Ing. se la cava con un giorno e mezzo di lavoro, uno di selezione e dibattimento e mezzo per la delibera della giuria: se non è efficienza questa!
Infine il rilascio del certificato, che attesta che si è prestato servizio di giurato, chiude tutta la procedura.
Tirando un sospiro di sollievo come a dire “bene, fatto anche questo, ora per un po' non ci penso più” viene archiviata tra le esperienze esclusivamente americane anche la settimana del giurato.
E soltanto 6 giorni più tardi, arriva via posta, in una insospettabile busta, una gradita sorpresa: un bell'assegno di 16 dollari!
Ma con chi credevamo di avere a che fare? Qui non si scherza mica!

venerdì 17 giugno 2011

Istantanee da un trasloco

Perché  ogni lunedì la mia settimana si apre con la lettura delle opinioni di Tim Harford?
Sarà perché Tim Harford incarna la versione economica di Charlie Eppes, il protagonista di Numb3rs, serie televisiva che apprezzo particolarmente, malgrado la mia atavica avversione alla matematica.
Sarà perché fin dai tempi della scuola ho sempre ammirato chi cercava di spiegarmi concetti complessi con esempi chiari e tangibili, applicando alla vita di tutti giorni teorie all’apparenza puramente dottrinali.
O più semplicemente sarà perché mettono di buon umore, sono divertenti, sarcastiche e per quanto la risposta abbia una motivazione apparentemente inaspettata o esageratamente tecnica, il consiglio che se ne ricava è sempre dotato di un inconfondibile buon senso, come nella migliore tradizione de “La posta del cuore” (vedi per esempio “Il suicidio si rimanda” del 09/11/2010: per convincere l’aspirante suicida a rinunciare al suo progetto si tira in ballo addirittura la teoria delle opzioni reali!).

Così nei trafelati giorni del trasloco non ho potuto fare a meno di ripensare ad uno degli articoli di Tim, intitolato “Vivere insieme”, non tanto per la problematica legata alla convivenza e vendita dell’appartamento, problema che nel nostro caso non sussiste, quanto per la riflessione squisitamente pratico-operativa che quell’articolo mi ha ispirato, ovvero: ma come fa quel disgraziato a gestirsi la vita in due case? Come fa a ritrovare le sue cose?
A più di un mese dal trasloco nella nostra nuova casa non è raro sentire urla primordiali quali: "ma dov’è finita la mia polo blu/la cucitrice/le ciabatte da piscina/il pettine a denti larghi …?”. La risposta riguardo all’ubicazione dell’oggetto nel 90% dei casi è: “l’hai lasciato di là!”, quando per “di là” si intende il precedente domicilio, con il risultato che la citazione conclusiva è: “ricordami che quando passiamo lo andiamo a prendere!”.
Inoltre il termine “casa” ha assunto nell’ultimo periodo un significato per noi quanto mai aleatorio, si ripetono infatti spessissimo le stesse conversazioni telefoniche: 
“Dove sei?”
“Sono a casa”
“Quale?”
“La nuova” (e sottolineo che il tono a questo punto della conversazione è leggermente scocciato).
Così per evitare inutili disquisizioni logistiche, abbiamo deciso di indicare la nostra posizione con il nome della località geografica in cui si trova l’abitazione.
A voler essere cinici dunque nel caso specifico non avrei dubbi: indipendentemente dal valore conferito alla storia d’amore in corso, venderei l’appartamento.
Il rapporto con il mio compagno potrebbe provocarmi dei gran mal di testa, i quali però sarebbero sicuramente inferiori rispetto a quelli che dovrei patire nel caso in cui la mia routine, già di per sé convulsa, fosse divisa tra due case … avere UNA vita in un’UNICA abitazione non ha prezzo, per tutto il resto ci sono buone dosi di pazienza e di camomilla! 
Giulia

mercoledì 15 giugno 2011

The Liberty Bell

Il mio Ing. ed io abbiamo una grande opportunità: poter visitare le città più importanti o almeno le più note degli Stati Uniti a costi inferiori rispetto ad una partenza dall'Italia e riducendo drasticamente le ore di volo.
Il primo aspetto della vicenda non mi lascia indifferente, anzi rappresenta assolutamente un buon incentivo, ma il secondo è davvero il mio bonus viaggio, il reale premio-vacanza!
Quindi perchè non approfittare? Detto, fatto... più o meno, dai, impegni di lavoro, ferie e salute permettendo: e così si parte alla scoperta della costa est.

Facciamo più tappe ammirando e imparando molto della storia e delle abitudini americane non mancando di fare i confronti con la California, rilevando qualche affinità ma soprattutto differenze che ce la rendono sempre più gradita e il clima fra queste non occupa proprio l'ultimo posto.
Molte cose ci affascinano nelle città che visitiamo: il brulichio frenetico di alcune vie principali, l'ordine e la vivibilità di alcuni centri, la vegetazione ricca e rigogliosa, l'umidità e la densità della nebbia che nulla hanno da invidiare a quelle della Val Padana, la verticalità estrema dell'architettura, la riuscita combinazione di antico (ma sì, concediamoglielo!) e moderno e infine la generale omologazione, “che sa tanto di America”, a partire dal cibo, passando dalle varie catene di negozi di tutti i generi per finire con l'abbigliamento.

Ma una cosa in particolare mi colpisce e di questa vorrei raccontare.
Quando si passa per Filadelfia anche nel tour di una sola giornata è inevitabile, quasi fosse un dovere morale, visitare il museo dove è custodita la “Liberty Bell” (la campana della libertà) così definita perchè al suono dei suoi rintocchi i cittadini nel 1776 furono invitati alla pubblica lettura della Dichiarazione di Indipendenza che sancì la nascita degli Stati Uniti d'America come nazione nuova e libera dal dominio inglese.
Da questo episodio altri ne seguirono, attribuendo di volta in volta alla campana della libertà un valore simbolico e specifico del particolare momento storico vissuto (ad ex: la libertà e l'uguaglianza reclamata dagli Afro-americani negli anni della segregazione razziale e ancor prima la lotta per l'abolizione della schiavitù).
Non è certo la sua artistica fattura ad attrarre la mia attenzione, ad essere onesti non è neppure bella, è... una campana!
Ciò che invece è in bella evidenza è una crepa larga almeno 2 cm che corre lungo tutto il suo corpo e che mi fa immaginare un fervente sostenitore della libertà dal rintocco troppo energico.
Però quella crepa così vistosa mi dà proprio fastidio: “perchè non l'hanno aggiustata?” “Rappresenta forse l'istante rubato al fluire del tempo in cui qualcosa di clamoroso è accaduto?"
Cerco la risposta tra le didascalie offerte dal museo (confesso che non so nulla in merito a questa campana, mi scuso per l'ignoranza) e la trovo; è a dir poco sorprendente: la campana possiede questo solco fin dalla sua prima fusione e nessuno è mai stato in grado di chiuderlo ed eliminarlo.

Ho una strana sensazione mentre leggo la storia della campana e di tutti gli avvenimenti ad essa legati: quella crepa... continua a darmi fastidio.
Se ne esalta il significato simbolico di libertà, di eroismo e di riscatto dell'essere umano dalle prevaricazioni, ma percepisco di fondo una nota stonata (sarà la crepa?).
Perchè sono riluttante ad entusiasmarmi alla lettura dei principi di uguaglianza e libertà sanciti nella dichiarazione di indipendenza? Perchè l'emendamento più importante della costituzione americana, il primo, che sembra così strettamente correlato alla vita reale e simbolica della campana, mi lascia perplessa?
Non riesco in effetti ad associare con facilità tali affermazioni illuminate ed universali ad un qualche evento storico successivo alla loro proclamazione. La colpa è sicuramente della mia ignoranza o della mia coscienza polemica, che dispettosa mi suggerisce: “ e i nativi americani? E gli schiavi? E la segregazione razziale legalizzata fino quasi alla fine del 20° secolo? E il latente ma perseverante razzismo? E le guerre? E la pena di morte? e... no basta, mi fermo qui, mi sembra abbastanza!

Sono consapevole che la mia spiegazione della crepa sulla campana è del tutto personale e non suffragata da alcun elemento reale e razionale, è solo una giustificazione sentimentale, ma non è, almeno per me, meno emblematica del significato della campana stessa.
Quella crepa che nessuno riesce a rinsaldare mi appare come un monito: la libertà e l'uguaglianza fra gli uomini sono la meta di un percorso in salita che forse non si potrà mai raggiungere ma che solo ogni tanto si scorge, a brevi tratti, durante il viaggio.